Camminare per ritrovare te stesso bambino: quello con le ginocchia sbucciate e le mani impolverate

da | 30 Mag 20 | Pensieri in cammino | 0 commenti

Itinarrando Campocatino

di Alex Vigliani

Passi una mano sulle tue ginocchia.
Quanto tempo hanno? Da quante primavere ti accompagnano?
Eppure quella cicatrice ti riporta a qualche anno fa. Era il viale polveroso che portava a casa tua. Oggi è una strada asfaltata e persino trafficata, ma ieri era breccia bianca, sassi appuntiti e polvere alzata dal vento. Bicicletta? Forse semplicemente a piedi, sfuggito per forza di gravità dalla mano sicura del tuo papà. Insomma hai battuto quel punto della gamba, così forte, che ancora al pensiero senti il male che ti si infila dentro. Bruciava. Per non parlare dell’acqua ossigenata, del cerotto e di quei graffi sulle mani. Prima però ti sei rialzato, hai pure pianto e ti sei lamentato. Qualcuno ti ha battuto le mani e ti ha detto bravo. Dice che si fa così per non far piangere un bambino e non fargli sentire il trauma dell’accaduto.
Comunque sei andato oltre e hai attraversato sentieri con l’avida voglia di chi il mondo vuole scoprire. E sei caduto mille volte e mille volte ancora ti sei rialzato.
Mica te lo avevano spiegato di quante volte si cade, di quante ci si possa rialzare.
Oggi comunque ti appresti a nuovi cammini ed è l’emozione della prima volta che vai cercando per dare un senso a tutto. La prima volta di quella caduta, il primo cortocircuito.
E quella mano forte da cui sei scivolato via.
Sono gli occhi di quel bambino che vai cercando. Quello che aveva male dopo una caduta, che zoppicava, piangeva, ma dal coraggio di ripartire e riprendere a camminare, con la voglia di vedere il mondo e poco importa, peccato di semplicità, che il mondo fosse la strada dietro casa.
Vai, più forte di ogni dolore, viandante non fermarti, cercati ancora e ritrova te stesso: ancora una volta nell’infinito camminare!

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