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Il primo giorno di Primavera! Qual è l’origine del nome? Quali riti erano associati all’equinozio? Tradizioni e radici che affondano nella terra.

Il primo giorno di Primavera! Qual è l’origine del nome? Quali riti erano associati all’equinozio? Tradizioni e radici che affondano nella terra.

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di Alex Vigliani

Primavera, dal latino primo inizio ver primavera, da radice indoeuropea con il significato di ardente, splendente.
Ver era chiamata dai latini la primavera, mentre primo vere significava “all’inizio della primavera”.

Grandi fuochi s’alzano al cielo. La notte scura dell’ultimo giorno di inverno si illumina di un fuoco che è imitazione del sole, richiamo al caldo e consacrazione della terra da cui ora la comunità rurale attende i frutti.
Sebbene ancora sui monti la neve imbianchi le vette e la gelata continui a irrigidire gli steli al mattino, gli uomini della terra vedono la fine dell’inverno.
C’è stata la neve, la terra è purificata. La speranza del contadino ancora una volta s’annida nell’imitare le condizioni di calore e prosperità proprie degli agenti naturali.
Questa è la base, in termini rurali, del rito dell’equinozio, la porta di passaggio verso la Primavera, parola che ci indica un momento forte: primo inizio, nuovo inizio, rinascita.
Riti magici atti a evocare la primavera attraverso l’imitazione e il gioco rituale.
L’uomo pensava che raffigurando i grandi fenomeni naturali e associando al rito pantomime la natura potesse in qualche modo essere portata al risveglio.
Vestirsi di foglie, di rami, costruire grandi pire, accendere il fuoco, imitare nel gioco il rito, decretasse in termini di evocazione il risveglio della primavera. Un incredibile e quanto mai antico e forse per noi incomprensibile rito empatico, di grande collegamento con la natura che viene evidentemente vista come spettatrice di un teatro umano.
La divinità da rabbonire la divinità attraverso ricostruzioni che le siano gradite.
Mentre il fuoco ardeva, i giovani, gli adolescenti, saltavano da una parte all’altra del falò rituale. Era il momento del grande passaggio, dell’entrata in un ciclo diverso, una stagione diversa per il corpo che si preparava alla ver sacrum fatta di partenze e cammini per la conquista di nuovi luoghi da abitare e in cui procreare.

Ostara è invece il nome germanico della festività dell’equinozio dedicata alla Dea Eostra, da cui poi deriverà Oster in germanico e l’inglese Easter per definire la Pasqua. Apparentemente differente il rituale, alla base però presenta sempre l’accensione di un fuoco, un cero, che poi spento al mattino era sempre archetipo di purificazione e celebrazione del cambiamento. La fertilità, così per la terra anche negli uomini, era invece ricercata attraverso riti di unione sessuale.

Nel cristianesimo, per l’appunto, l’equinozio di primavera viene associato alla festa per San Giuseppe, ancora oggi in tanti luoghi dell’Italia, dove viva è la cultura rurale, i fuochi vengono accesi. Era lecito, per l’occasione, interrompere il clima austero della Quaresima. Così il rito diventava gioco e attraverso il gioco, che richiamava all’attività del pagus, v’era un incontro fondamentale tra cristianesimo e paganesimo/religione rurale che rafforzava implicitamente la ritualità del passaggio. La rinascita, in veste poi di resurrezione, diveniva questione umana.

Con il Cattabiani facciamo un salto tra le tradizioni del Belpaese.
A Itri, nel Lazio, provincia di Latina, la notte del 19 marzo, per San Giuseppe, enormi fuochi ardono tra le vie del paese, mentre alcuni più piccoli “incendiano” le contrade. Per San Giuseppe ogni famiglia offre una fascina, l’inverno è finito, ognuno a modo proprio deve richiamare nella comunità il ritorno della primavera. Mentre i fuochi ardono si mangiano le zeppole di San Giuseppe. Quando poi del fuoco è ormai rimasta solo la brace i ragazzi saltano la brace gridando Viva San Giuseppe. Sappiamo ora che questo tipo di salto rituale, questo gioco, è diretta eredità del paganesimo e della ver sacrum, porta di passaggio fondamentale. Va scomparendo invece la tradizione che faceva sì che i ragazzi incendiassero i fili delle conocchie, in un rito che per quanto pericoloso, richiamava ancora una volta all’unione, alla fertilità, alla purificazione.
Il fuoco di Itri non ha collegamento attuale con San Giuseppe, ma è segno distintivo di radici pagane pre cristiane che persistono nonostante il tentativo di sovrapporre il culto cristiano alle ritualità rurali.

Quanto alle zeppole, pur se chiamate in modo differente, sono presenti in tutta Italia. E come per tanti riti, anche queste sembrano essere lascito di tempi passati. Stavolta la ricorrenza è quella dei Liberalia, la festa in onore di Libero, il dio della fecondità. 17 marzo, dunque, i ragazzi prendevano la toga virile e preparavano su fornelli portatili, per poi venderle, focacce di farina e miele.

Quello di Itri è solo uno dei riti presenti ancora in tutta Italia e che spesso si sovrappongono ad altre tipiche rappresentazioni carnascialesche in cui viene bruciata la “vecchiaccia”, richiamo all’inverno e all’anno vecchio che viene arso sulla terra per richiamare alla rinascita, lascito – anche qui – di un tempo lontano in cui Marzo era il primo mese e rappresentava il nuovo anno.

Fonti:

Lunario, Cattabiani 

Ramo D’Oro, Frazer 
Almanacco della Ciociaria, Egidio Ricci 

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