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Cronache vandelliane, il resoconto (con ritardo) dalla Via Vandelli

Cronache vandelliane, il resoconto (con ritardo) dalla Via Vandelli

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di Alex Vigliani

Colpa mia. Ci ho messo un bel po’ a sedermi davanti a un pc per buttare giù qualche impressione sulla Via Vandelli. Lo faccio oggi all’indomani dell’arrivo del mio secondo “brevetto” da viandante su questa lunga e impegnativa via.
Partiamo da un presupposto: le cose un po’ più difficili mi piacciono. Così a maggio, quando ancora la neve rigava alcuni valloni sul lato nord della Tambura, mi ero messo in cammino con Francesca. Un cammino impegnativo che solo nella prima tappa non mostra il suo vero volto, sebbene i 30 km di continua pianura da Modena con unica salita per giungere a Puianello non possano intendersi come una passeggiata.
La cronaca è quella del servizio accompagnamento sulla Vandelli.
La prima volta con un gruppo su questa via che mette sicuramente a dura prova.
Per ogni tappa vi è l’assoluta necessità di reperire acqua in abbondanza già alla partenza e scorta di viveri poiché pochi sono i borghi che si incontrano e per lunghi tratti il cammino si svolge per boschi.

Prequiel
19 agosto 2021. Il gruppo è formato da viandanti provenienti da Parma, Trieste, Alessandria, Bologna, Roma, Viterbo e dalla provincia di Frosinone. Eterogeneo per età, provenienza, tipi di vita e camminata. Chi più sportivo, chi meno, chi con approccio più compassato e chi con più fretta.
Un bel mix per un cammino che si preannuncia interessante.
Pernottiamo a Modena, la sera abbiamo avuto il piacevole incontro con Giulio Ferrari, autore oltre che della Guida, delle più intense e accurate ricerche moderne e a fini turistici sulla Via Vandelli e su Domenico Vandelli.

Giorno 1

Al mattino la città ti avvolge con la sua bellezza all’ombra di una Ghirlandina elegante e malinconica. Si parte all’albeggiare, si esce da Modena lentamente, percorrendo il serpentone ciclopedonale che si snoda per quasi tutta la tappa lungo il fiume. E la prima tappa è noiosa, ma necessaria, di quella noia costante di cui si fa portatrice la pianura. Non fa neanche troppo caldo, se non quando impegniamo la salita per Puianello e allora il sole e l’asfalto caldo ci prendono in pieno. Ma Puianello è tappa importante, fondamentale. Il santuario è lì che svetta sornione. Noi ci fermiamo prima. Ad attenderci una delle vere ospitalità di questo cammino, laddove per ospitalità si intenda l’incontro con il viandante, la condivisione, il servizio diverso dal “produci consuma crepa” del turismo di massa. Non è un caso che Maria Grazia di Ca Del Veint sia socia Cai, escursionista e viandante e che sappia incontrare con suo marito le necessità dei viandanti. Il giardino dello splendido B&B è la nostra tana, da lì osserviamo panorami, tramonto e luna piena. Ci godiamo il fresco, riposiamo le gambe, condividiamo i racconti di cammino.

Giorno 2

Al mattino la collina si incendia con un’alba che sorride sulla piana emiliana. Lì, da qualche parte, deve esserci anche il west cantato al di là della via Emilia dal buon Guccini. Pochi passi e siamo dinanzi ai vulcanelli di fango di Puianello.
Il paesaggio si fa alieno e straniero. Tra calanchi e vulcani di fango sembra di essere altrove. Modena è lontana, sì, nella piana però s’avvista la Ghirlandina che svetta come faro nel mare emiliano. Bologna lo è ancor di più, si vede nei palazzi più alti e San Luca è un punto che cogli all’improvviso e unisce con gli occhi la Vandelli e la Via degli Dei i due grandi cammini laici d’Emilia. Là dietro, da qualche parte, ci sono anche le alpi venete, purtroppo oscurate dalla foschia.
Le prime salite sono l’antipasto delle tappe che verranno. La Vandelli la si intravede, su di essa rombano motori, per due tappe i sentieri sono salvifiche vie alternative che aggirano la modernità della rivoluzione industriale.
Pavullo nel Frignano, punto d’arrivo della seconda tappa, è forse il centro più turistico tra quelli che incontriamo sulla Via. Preparato al turismo di massa, ci sono tutti i servizi. Dormiamo in hotel, c’è tempo anche per un gelato, davvero buono quello di una gelateria lungo il corso.

Giorno 3

Prepararsi al lancio. 3, 2, 1. Via. L’uscita da Pavullo è sulle luci e ciclopedonale dell’aeroporto turistico. Splendido colpo d’occhio. Poi ci si inerpica e all’interno del bosco di leccio, carpino e castagno appare Montecuccolo. Il castello, annesso al borgo, è luogo ricco di storia: quella antica della famiglia Montecuccoli legata alla figura di Raimondo, quella più moderna delle vicissitudini inerenti alla seconda guerra mondiale. Finalmente si comincia a parlare la lingua dei boschi d’Appennino. La tappa si fa impegnativa. I più di mille metri di dislivello sono un bel biglietto da visita, ma se l’Appennino chiama, quelli – gli uomini di Appennino – rispondono con passi sicuri. In salita si va meglio che sulla pianura continua. Il castagno per un po’ domina la scena. Poi è il bosco di faggio che prende il sopravvento.
Incontriamo Lama Mocogno e musica in filo diffusione con scelte musicali opinabili sulla playlist ma che divertono, fanno gruppo e allietano il nostro cammino.
Il Ponte del Diavolo è una scoperta, roccia che racconta storie di miti, riti e ripetute divinazioni.
E ancora I rimboschimenti anni ’70 a conifere sono uno strappo che non t’aspetti. Il libro del viandante segna una modifica sul percorso fatto a maggio, lì – dove siamo passati in primavera – ora c’è un cartello che indica di fare attenzione ai cavalli al pascolo. Qui incontriamo il primo tratto originale e ben mantenuto della Vandelli. Sfiliamo a sinistra, firmiamo il libro del viandante e ci ritroviamo di nuovo sulla Via Giardini che ci aveva portato per mano il giorno prima fin dentro Pavullo. Ecco La Santona, luogo in cui insisteva una delle osterie di cui la Vandelli era ben fornita. A La Santona siamo in Hotel. Stiamo bene, viene accolta anche la nostra richiesta di far colazione presto. Così come è stato nella prima tappa. Nella seconda non c’è stata possibilità di ottenerla, quindi c’eravamo organizzati in modo alternativo, preparandocela da noi.

Giorno 4

Il nostro punto d’arrivo sarà San Pellegrino in Alpe, tappa che sa di salite storiche associate a quel grande uomo che fu Marco Pantani. S’affaccia d’un tratto al nostro cospetto il Sasso Tignoso, mentre il Cimone ci spia a ogni passo. Facciamo la conoscenza della Capanna Guerri, costruzione fatta nel presunto stile celtico che arriva dal “così si è sempre fatto” dei metodi di costruzione dei contadini che passa di bocca in bocca, di mano in mano. Una tappa di montagna a tutti gli effetti. Incontriamo l’osteria che fu del Duca – colui che commissionò la costruzione della Via e che quindi aveva un trattamento di favore. La Vandelli qui è storia. La si vede, la si incontra, la si legge su monumenti, lapidi e targhe dedicate all’Abate Vandelli. Di sicuro, però, ciò che resta più forte di tutto il tratto da La Santona a San Pellegrino in Alpe è la splendida Selva Romanesca dove la Via Vandelli è intonsa e sale dolcemente di tornante in tornante fino al confine tra Lucca e l’Emilia. Decidiamo di percorrere il “Giro del Diavolo”, quindi deviare dal percorso consigliato da Giulio Ferrari. Ma da lì, dalle alture subito prospicenti al borgo di San Pellegrino in Alpe, la vista sulle Apuane è sontuosa. Peccato un pochino offuscata dalle nubi. Giunti nel borgo percorriamo altri due km per raggiungere il Pradaccio, rifugio Alpino gestito da Giovannella e un altro ragazzo di cui non ricordo il nome. Il rifugio è incredibile. Bello, spettacolare, unico con affacci sontuosi e clima da rifugio. La cena è un susseguirsi di prodotti tipici e ricette prelibate. Mi rendo protagonista con Mariem, Barbara e altri di una simpatica partita a ping pong.

Giorno 5

Il giorno 5 ci vede risalire a ritroso verso San Pellegrino in Alpe. Partenza suggestiva. C’è nebbia e il sole ancora non è sorto. La faggeta ha rami spettrali che accompagnano il nostro cammino. Il cielo minaccerà pioggia durante il giorno, almeno così dicono le previsioni. Per evitare di ritrovarci sotto un eventuale scroscio prendiamo la via asfaltata e i continui tagli nel bosco. La pioggia che doveva prenderci è invece relegata a un po’ di pioviggine che ci coglie appena pronunciata a Pieve Fosciana. Contenti quindi della scelta del gruppo di non cambiare itinerario e tagliare per la pioggia, dirigendoci quindi verso Castel Nuovo di Garfagnana attraverso la sentieristica. Il borgo è bello, caratteristico il ponte. La frenesia cittadina ci coglie alla sprovvista. D’altronde il passo lento del cammino è un tempo sospeso che annulla la quotidianità delle metropoli. Sosta a Pontecosi al lago e pranzo veloce. Poi diretti verso la sosta di giornata al Grotto, là dove le Apuane sembrano occhi minacciosi che ci guardano nebbiosi, pronte all’indomani a metterci a dura prova.

Giorno 6

Le Apuane sono lì. E pensare che le raggiungeremo sembra quasi impossibile.
Lo spirito del gruppo è alto. Chi mi preoccupava ormai è solido come roccia e sa che a questo punto, nel momento più difficile, ha fatto scorta di tigna. Così prendiamo a camminare, ancora una volta nel buio del mattino. Attraversiamo il ponte che corre di fianco alla ferrovia e l’alba ci sorprende poco dopo. Il lago di Vagli sotto cui dorme Fabbriche di Caregine. Bellissimo colpo d’occhio.
A Vagli il Tambura è davvero vicino, ma non così tanto. I muscoli delle gambe sono caldi. Lungo la via qualcuno chiede, altri sono incuriositi dal nutrito gruppo che falcata dopo falcata accorcia la distanza dalla terra ferma al mare.
Saranno 1800 i metri di dislivello positivi per raggiungere il passo della Tambura, là dove Vandelli riuscì nel grande miracolo di varcare le Apuane, affacciarsi sul mare e andare verso Massa, là dove gli Estensi avevano eletto la nuova residenza estiva di famiglia.
Le Apuane sono montagne ferite. Sanguinano marmo. Sfruttate fino allo stremo, fino a modificarne i profili. Grossi massi di marmo stanno come piramidi a celebrare gallerie scavate e distruzione. La Vandelli in alcuni tratti è in perfetto stato, in altri non è più visibile, vittima del medesimo massacro. Si innalzano, cantieri, come grandi elementi a celebrare il capitale e i suoi vizi. Non possiamo non notarle, non si può non chiederne conto. E molti nel gruppo chiedono. La salita è continua, costante, spezzata dai tanti tornanti. Per fortuna salendo ci si allontana dal rumore delle cave e una volta giunti al passo della Tambura la bellezza rincuora e riscalda il cuore.
Siamo soddisfatti, il mare è un orizzonte azzurro che si insinua nel golfo spezzino e bagna Massa e più in là Carrara. Foto di rito e si scende. La discesa in alcuni tratti è delicata. Siamo stanchi, le gambe non sono più ferme ma la Vandelli, nel suo tratto di più alta montagna dopo quello di San Pellegrino in Alpe, non permette distrazioni.
Poco più giù incrociamo finalmente finestra Vandelli e poi il Nello Conti. La temperatura non è delle più miti, ma è il momento di perdersi nel tramonto e guardare il mare ripensando alla strada fatta.
Manca una tappa alla fine e il Nello Conti è il luogo ideale per i pensieri, per parlare di sfruttamento della montagna, per guardarci intorno e sognare tra quelle guglie rocciose che rispondono al nome di Apuane. I ragazzi del rifugio Nello Conti sono impegnati, nella quasi totalità, nell’essere un presidio culturale e di informazione rispetto alla questione delle cave di marmo e delle Apuane.

Giorno 7 

La sera prima le luci si sono spente. Una crostata con una candelina, sorpresa del Direttivo di Itinarrando e del gruppo, mi ricorda che ho quarant’anni. E che il valico è un punto di passaggio importante. Quasi come i quarant’anni. La discesa per un bel pezzo è al buio. Complice il sole che sorge coperto dalle linee apuane, le prime luci dell’alba le incontriamo quando ormai siamo quasi al termine della lunga discesa. Da qui, dopo aver oltrepassato Resceto, continuiamo seguendo il fiume Frigido su asfalto. Poi prendiamo il sentiero del Bizzarro che sapevo fosse stato rimesso in sesto. Invece e sotto un sole a tratti asfissiante, trovo il sentiero così come lo avevo trovato a Maggio. Ma il gruppo non è tale da arrendersi e non lo fa nemmeno quando ci buttiamo giù per il viottolo del Santo pieno di rovi. Finalmente entriamo nel viottolo delle miniere. Impegnativo, sì, ma tracciato bene dal CAI di Massa, sezione che ha tracciato e rinforzato le corde – laddove necessario – poco dopo il nostro passaggio in primavera dove la neve e di conseguenza gli alberi caduti, ci avevano creato più di qualche grattacapo. Avevo già apprezzato nel corso del sesto giorno la velocità di intervenire e garantire fruibilità del percorso, laddove nella salita verso il Passo della Tambura, la sezione era intervenuta per creare una deviazione, causa valanga, che a maggio non era segnalata e invece stavolta vedeva una palina nuova di zecca far mostra di sé ai viandanti.  Al fine uscimmo a riveder le stelle. La fine del viottolo delle miniere ci porta fin dentro Massa. In pochi decidiamo di raggiungere il mare a piedi. L’arrivo in prossimità della tavola azzurra è il giusto finale di una settimana spettacolare.

Han percorso la Vandelli con me:
Roberta e Maria Grazia da Parma, Raffaele da Bologna, Laura da Alessandria, Alessandro da Viterbo, Matteo da Roma, Mariem da Frosinone, Nadia da Trieste e poi Veronica, Michela, Barbara, Francesca e Manuela da Frosinone.

Una grande avventura, un bellissimo cammino.
Non facile, spesso impegnativo, ma per questo unico!

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