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L’elogio degli ultimi, quelli non allenati, quelli con poca gamba ma tanto cuore.

L’elogio degli ultimi, quelli non allenati, quelli con poca gamba ma tanto cuore.

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di Francesca Mattiello

È solo una questione di prospettive.

Se pensiamo ad  un sogno, se lo elaboriamo e di tanto in tanto ci fantastichiamo un po’ su, se proviamo a proiettarci in avanti presi dall’impeto dell’entusiasmo che come sempre ci fa fare grandi voli, sono certa che noi tutti penseremo a un traguardo, un arrivo o al raggiungimento della nostra vetta come punto finale, il più elevato.

Ecco, io voglio fermarmi prima, evitando fervidi slanci e voglio raccontare invece la storia degli ultimi della fila.
Voglio parlare di quelli che arrancano, di quelli che si sforzano, di quelli che faticano di più e che chiedono scusa se il loro passo è diverso da quello degli altri.

Quella degli ultimi è una dimensione diversa in cui non esistono tempi, record, classifiche o grandi altitudini da ricordare. Una posizione da cui non si guarda chi ci precede ma solo la punta dei nostri scarponi e dei nostri pensieri arruffati in cui sono certa ritorni spesso un ripetitivo “ma chi me lo ha fatto fare!”

Sono quelli che hanno un altro ritmo, che solcano il terreno con passi più pesanti ma che non perdono il coraggio di andare e la tenacia per avanzare, quelli che sudano ogni centimetro guadagnato.
E poco importa se l’arrivo non sarà la vetta del giorno.

Io ho visto gli occhi di chi trova la bellezza lungo il cammino, di chi sa scegliere il punto di arrivo di oggi ma sa riprogrammare quello di domani e sperare in un passo in più, spostando l’asticella un po’ più avanti e un po’ per volta.
Ho visto lo sguardo di chi sceglie di fermarsi ed è grato ai suoi passi.

Lo chiamo il coraggio degli ultimi, quello di chi è fuori tempo, di chi è lento per sua natura, di chi fatica e chiede una mano ad un compagno di viaggio o di chi torna indietro per aspettare l’ultimo e varcare insieme l’arrivo.
È il coraggio di chi timidamente avanza tra i passi scattanti ma resta fedele alla sua promessa del giorno, quella di provarci.

“Gli ultimi saranno i primi”. Siamo sicuri  che vogliano sempre esserlo? Capita di essere ultimi per scelta, per prendere la libertà di selezionare il proprio posto su misura o sulla base di uno stato d’animo.
Lasciar andare e seguire il ritmo lento di chi non vuole arrivare ma semplicemente andare.

E se è vero che forse non saranno i primi ad ammirare il panorama intatto dell’arrivo, è anche vero che saranno quelli che voltandosi avranno il privilegio di ammirare la strada percorsa. Che tanto il futuro è sempre lì e non sfugge ma il passato, quello, si allontana sempre a passi veloci e le sue sfumature poi non le cogli più.
Tra quei passi stanchi e tra quei respiri corti, tra gli occhi sognanti di chi si guarda intorno e si attarda un po’ di più, in tanti e tanti chilometri percorsi nelle retrovie dei sentieri, ho sempre trovato i sorrisi più appagati.

In questo mio piccolo elogio verso chi arriva ultimo, alle loro scuse per il tempo apparentemente perso, io rispondo con un grazie perché i loro passi lenti insegnano il significato vero della resistenza.
La forza di chi non si abbandona, di chi apprezza nonostante, di chi accoglie con dolcezza la fatica e di chi sa fermarsi per poi ripartire.

E forse è proprio questa la vetta più alta.

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