La ricerca del paesaggio, la condivisione di un pezzo di pane: riti puri della montagna.

da | 19 Mar 21 | Pensieri in cammino | 0 commenti

di Alex Vigliani

Esiste dunque una poesia cui pochi hanno accesso: quella del paesaggio.
L’arte di osservare e quindi di creare.
Dipingere il paesaggio, senza pennelli o tela.
Per la creazione dello stesso, d’altronde vi è bisogno dell’attimo prima di tutto, poi di un osservatore. Gli occhi diventano metafore di libertà che tratteggiano, quindi dipingono un non spazio – un tempo sospeso.
Camminare diventa arte, poiché mezzo attraverso cui giungere in modo sapenziale a un processo del miglioramento del sé.

La pratica per accedervi è cammino lento, spesso tortuoso, a volte faticoso, mai banale, che giunga al punto d’osservazione e dia il senso e la misura non della conquista estetica, non del compiacimento dell’Io, ma di una sconfitta nei confronti dell’immenso cui ci si abbandona nella contemplazione del proprio essere parte, medium dell’attimo.

Quelli che vi hanno accesso accettano che tale sensazione sia vera solo se la pratica è depurata dalla corsa e dalla metodica occidentale della ricerca del primato.
Il pranzo sul punto più alto, la sosta conviviale con l’altro o con se stessi, la condivisione del pezzo di cioccolato anche quando è gesto da applicare a una solitudine apparente, è il ritorno del symbolon e dell’unione salvifica con l’alterità. Attraverso una ritualità inconsapevole che sa di comunità, la montagna, la natura offre l’occasione di una apoteosi artistico – filosofica, avvicinamento lento alla conoscenza di attimi che mirino all’osservazione e quindi alla creazione del paesaggio.
La natura annulla così la pornografia dei corpi vuoti di estrazione occidentale, favorendo un processo che ci riporta alla transumanza nella sua accezione primaria: passaggio attraverso le terre.
E così, infine, lasciarsi attraversare come paesaggio.

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