Le Giornate etrusche – Resoconto di un viaggiotrek in Toscana

da | 9 Giu 22 | Escursioni | 0 commenti

Con Itinarrando. Camminare per conoscersi, per riscoprirsi, per svelarsi alla luce di un viaggio dopo aver attraversato il buio. Così, volendo trovare un archetipo a questo viaggio trek, posso definire il vagare per quattro giorni nei meandri della storia degli etruschi. Una storia fatta di vie cave, di misteri irrisolti e interpretazioni. Di terre vissute, antropizzate, modellate, trasformate dal passaggio incessante dell’uomo. Un uomo che somiglia a una talpa, che ha scavato gallerie per ricongiungersi a un divino da trovare negli antichi miti.



La geometria di questo viaggio.
Due punti precisi in questa esperienza.
Uno al principio, l’altro al termine.


Il primo. Pitigliano, Piccola Gerusalemme, è una bellezza che ti accoglie e sorprende, con la sua sinagoga e la febbrile attività del centro storico. Con ristorantini, botteghe e librerie, una – tra tutte – quella del Baraghini, eclettico personaggio, autore ed editore, radicale della prima ora, socialista da sempre e tanto altro. Uno che di storia, di strada, di idee ne ha da vendere e ha ancora tanto da raccontare.

E poi le miniere del Cornacchino. Silenzioso luogo, avamposto di sudore, fatica e morti per lavoro: quando, cioè, per estrarre il cinabro, quando per alcuni – era veleno – ma non per quelli che stavano in miniera. Per loro era vita. Una cosa come tante altre da fare per campare. E poi si moriva a 35 anni.
L’ultimo giorno è stato così. Alla ricerca di una storia nella storia, poco distanti dal Monte Amiata, nella riserva di Monte Penna, tra una storia e l’altra di anonimati consegnati alla statistica della storia. Quella storia per cui la morte di uno è una tragedia, mentre la morte di tanti una pura, mera statistica.

Nel mezzo: le vie cave e lo spirito guida, come fosse un Virgilio dantesco, il sapere del dottor Feo. Prezioso studioso di etruscologia di cui ho potuto parlare in tutti luoghi che ho incontrato, perché Feo, nelle terre etrusche, è un punto di riferimento. Un faro nel buio di una romanizzazione perpetua, quasi a continuare il processo che portò alla dissoluzione degli etruschi come entità, che rivendicò (scomparso ormai da due anni) l’esistenza di una storia spirituale etrusca, l’ultimo grande popolo afferente a una religione dei misteri. Attraversando queste vie, queste tagliate, nell’atto apparente di scendere diversi metri nel cuore della terra, si ha come l’impressione di immergersi in una storia sepolta, volutamente celatasi agli occhi dei tanti ma rimasta intatta e fruibile per i figli della ruralità. Uomini e donne per cui il rapporto con la terra è vitale e posto al principio di ogni cosa.

Sospeso. L’eremo di Poggio Conte o di San Colombano. Templare? Non saprei dire, qualcuno assicura di sì. Di certo l’atmosfera che vi si respira è magica e incredibile. Suggestioni contagiose che hanno indotto il gruppo, circa 30 persone, a fermarsi dinanzi alla cascata per ascoltarne il suono. Meditazione indotta. Luogo dall’architettura simbolica forte, una geometria sacra che – se si crede alla disfatta dell’ordine – la messa al bando dei templari nel 1312 non è riuscita a distruggere, nonostante le modifiche del caso.

Al centro, che è concetto differente dallo stare nel mezzo, un gruppo incredibile, con cui non sono mancati gli spunti di riflessione. I dibattiti. Gli approfondimenti sulla storia etrusca. Una bellissima atmosfera e no, nulla avviene per caso. Non c’è un caso, ci si odora, ci si sceglie. Anche a distanza di migliaia di anni. Così gli etruschi ci hanno trovato, così noi abbiamo trovato loro.

Alla prossima avventura!

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