Perché in montagna ci si saluta? Perché sa di buono, bello e genuino. E non solo.

da | 30 Dic 20 | Pensieri in cammino | 13 commenti

Di Alex Vigliani

Ci si incontra. Non ci si è mai visti e ci si saluta. Si sorride. Si scambia qualche battuta. Un angolo di socialità difficilmente recuperabile nelle città che, invece, sopravvive come rito tra i sentieri di montagna.
Almeno tra chi la montagna la vive, perché è così praticato, così usuale quel saluto, che lo sai quasi subito: se l’altro non saluta, se l’altro resta a guardarti un po’ stralunato per un “ciao”, allora è di certo un novizio. Ma imparerà presto: il saluto in montagna è un contagio che sa di buono e cose semplici.

Quel saluto è una porta che si apre su un mondo diverso, meno frenetico, dove la semplicità delle cose e quindi godere della bellezza di un fiore o dell’aria pura, è un atto d’amore verso se stessi. E quindi? E quindi quel saluto è un atto d’amore, una forma di libertà, espressione di convivialità genuina che non si ritrova in città. Certo, poi chi cammina insieme, chi si saluta, ritrovandosi altrove continuerà a portare avanti quel rapporto conviviale.

E allora la montagna diventa unione. La montagna unisce. Ci si incontra sui sentieri e non sono pochi quelli che poi si sono ritrovati altrove. A partire dall’osteria poco più in basso, a brindare alla giornata appena trascorsa e raccontarsi aneddoti di montagna.

E poi, e poi ancora, quel saluto è un calcio alla diffidenza, alla differenza. Su un sentiero si è tutti uguali. Tutti con il proprio zaino sulle spalle, con le poche cose portate da casa e i panorami da condividere, paesaggi da vivere e colori dai quali trarre vivacità.

Insomma, ci si saluta perché è un rito che viene tramandato attraverso il saluto stesso.
Impari che si fa e lo fai.
Saluti, ti soffermi su un viso che rivedrai a valle o forse mai più, ma quel saluto, quel buongiorno, quel salve, quel ciao cui segue un “come va”, è una palestra di umanità, un modo per sfuggire implicitamente all’alienazione propria delle città, il contagio diffuso che ci piace, quello di chi pratica gentilezza.

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