Autunno in Abruzzo, un sogno d’autunno a passo lento di Alex Vigliani

da | 17 Ott 22 | Pensieri in cammino | 0 commenti

Non è mai facile ragionare a caldo sulle giornate appena trascorse. Si può decidere di attendere, far sedimentare e quindi lasciar quietare il coacervo di emozioni oppure prendere subito l’iniziativa e provare a buttare giù qualcosa.
L’Autunno, si sa, è stagione particolare. Se fossimo ancora legati ai cicli stagionali, forse potremmo comprenderlo ancora di più. Invece ci accontentiamo, si fa per dire, di lasciarci rubare dai colori e dalle atmosfere, attribuendo all’alto valore paesaggistico del bosco e a quiete e cambiamento che si respira in ogni dove il senso di quell’emozione che ti prende nel cuore.
Dal 13 al 16 ottobre, con Itinarrando, un gruppo eterogeneo per età, commistione giusta tra maturità e istrionica irruenza dei più giovani, stelle danzanti a evocare scintillanti esperienze artistiche e occasioni di arricchimento.
Così, in un giorno di pioggia, preludio di tre giorni di sole e cieli tersi, abbiamo conosciuto questo autunno abruzzese nel cuore del Parco D’Abruzzo Lazio e Molise, al termine della stagione del bramito del cervo nobile, re della foresta e dell’autunno che rigenera e si coniuga in augere.

Un breve giro a Civitella Alfedena anziché l’escursione nella splendida Val Fondillo, dopo aver preso confidenza con l’Albergo La Torre e aver fatto la conoscenza della brava Maria Antonietta e del suo team. Cibo eccezionale, accoglienza unica in un luogo da favola.

Ci ha fatto innamorare la Val di Rose prima, la Val Jannanghera poi, “location” della nostra prima escursione, luoghi in cui vorrei vivere altre mille prime volte o essere negli occhi di chi percorre quei sentieri per la prima volta, inerpicandosi nel bosco d’autunno, per restare ancor più estasiato e sorpreso dalle pareti rocciose del Boccanera, dalla linea di cresta di Passo Cavuto, fino all’intima esistenza del Petroso, del Capraro, di quelle montagne – riserva integrale – che rappresentano la volontà del Parco di mantenere selvagge alcune zone. Poiché quel “fiore che non colsi” è quanto e più idealizzato agli occhi di un innamorato.

Affaticare e sognare la salita sul sentiero F10 del Monte Marsicano un’ora dopo l’alba.
Addirittura circondati da grande bellezza, nel mezzo d’una disputa di spazi tra cervi e camosci prima, tra cervi maschi poi impegnati nel rituale del bramito. Con il silenziatore sul respiro e in equilibrio tra le emozioni, nel tentativo di rapire quanti e più attimi da un momento unico e irripetibile perché figlio di quell’istante. La vetta, poi, guanciale della terra su cui adagiarsi per riposare. E guardare la Valle Orsara, la Serra del Campitello, fino al Gran Sasso e la Majella da una parte e il misconosciuto Cacume a vegliare, riconoscibile da alcuni di noi come neanche una dea madre amorevole sull’orizzonte umano.

Infine la traversata della Serra di Chiarano. Una lunga cavalcata di cresta per poi discendere nella Valle Pistacchia. Ancora una volta cervi. E il lago di Barrea, rilucente, a illuminarci gli occhi. Una discesa lunga che ci ha permesso di salutare questi quattro giorni sul proscenio del tramonto, mentre alle nostre spalle, nubi per nulla minacciose nascondevano i nostri passi rendendo così ogni attimo unico, unico come la Zuppa Serra Chiarano gustata al caldo del camino del Rifugio Lo Scoiattolo in quel di Passo Godi.

Grazie a tutti!

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